Ci siamo, dunque, addentrati in Costantinopoli: è come se,dopo aver navigato le acque calme di un fiume, ci ritrovassimo in mezzo al mare. Una distesa sconfinata di acqua, che per noi saranno gli avvenimenti di questa città, ricopre tutto l’orizzonte; e però non abbiamo una bussola, non sappiamo da che parte andare, e dunque non potremo fare altro che vagare in maniera disordinata fra persone ed eventi che in gran numero hanno caratterizzato la vita di questa città.
Ed ecco che da lontano udiamo qualcosa: “brucia qua brucia là non più verdi alalà”; e avvicinandoci ancora udiamo più forte: “Ai, ai, oloi, oloi, incediamo, incendiamo noi gli Azzurri non vogliamo”. Sembrano proprio cori di tifosi, e anche del tipo piuttosto violento.

E così, il nostro vagare ci ha portato a ben duecento anni dalla fondazione di Costantinopoli. Siamo nella Bisanzio di Giustiniano, nell’anno 532, e di sicuro non si può dire che a prima vista sembri una città tranquilla. Ci troviamo nel bel mezzo della Rivolta di Nika. Cominciamo col chiarire che Nika è solo un motto utilizzato dai ribelli: se guardiamo la traduzione, non c’è da restare sorpresi che il loro slogan significasse “Vincere!”.
Di sicuro era una dichiarazione di intenti ottimistica, anche se le cose non andarono così bene.
La città, come ci racconta Procopio di Cesarea, già da qualche tempo era ostaggio degli ultrà – eh sì, avete capito bene, non abbiamo sbagliato termine. In realtà, noi oggi siamo portati a credere che i fenomeni eccessivi di tifo sportivo siano degenerazioni della nostra società, ragazzi sbandati che comunicano la propria frustrazione per l’emarginazione sociale concentrando le loro energie nel sostenere una squadra come fosse una ragione di vita; ma, al di la di queste considerazioni di sociologia spicciola, guardando indietro ci si rende conto come queste degenerazioni fossero molto diffuse anche nel mondo antico. Quelle che per noi oggi sono le moderne partite di calcio, per gli antichi abitanti di Costantinopoli erano le corse all’Ippodromo.
Troviamo anche l’equivalente antico delle nostre squadre, chiamate allora fazioni: c’erano i Verdi , gli Azzurri, i Rossi, i Bianchi. Dall’originario ambito di intrattenimento sportivo, questo fenomeno si era allargato alla politica e alla religione, e l’organizzazione della tifoseria era diventata sempre più autonoma rispetto alla gestione tecnica delle scuderia.
E’ Procopio a descriverci come la situazione si fosse fatta sempre più insostenibile, con i membri delle due tifoserie più importanti, gli Azzurri e i Verdi, che creavano sempre un gran casino in città, causando risse, ammazzamenti e latrocini; insomma, non si poteva stare più tranquilli nemmeno in casa propria, figuriamoci per strada.
Le autorità all’inizio presero sottogamba la cosa, ma in seguito il prefetto Giovanni di Cappadocia, per lanciare un chiaro segnale che non si sarebbero più tollerate ulteriori violenze, cominciò a mandare a morte alcuni di questi ultrà. Tuttavia, accadde l’imponderabile: quei tifosi che fino a un minuto prima si erano scannati a vicenda lanciandosi i peggiori insulti, stipularono un patto e si coalizzarono contro lo stato e, dopo aver liberato molti prigionieri, misero a ferro e fuoco la città. La chiesa di Santa Sofia , le terme di Zeuxippo e un parte della reggia vennero distrutte dall’incendio provocato dai ribelli. Questi nel frattempo, con l’aiuto di alcuni senatori, si scelsero pure un usurpatore – Ipatio – e dopo averlo incoronaronato alla bell’e meglio nel foro di Costantino, si diressero all’Ippodromo cercando di arrivare alle stanze di Giustiniano. Così da farlo fuori una volta per tutte.
L’imperatore per sua fortuna si ritrovava in città, proprio in quel frangente, il suo miglior generale: parliamo di Belisario, che di ritorno dalla guerra persiana si era portato dietro una scorta gagliarda e cospicua, ben addestrata negli scontri e nei pericoli della guerra. Per sedare la rivolta intervennero dunque le truppe migliori dell’imperatore che, accorse all’ippodromo, caricarono subito la massa di ribelli che lì si accalcava. Questi ultimi non tentarono neanche di reagire e vedendo quei “soldati armati di tutto punto e famosi per valore ed esperienza bellica che menavano colpi di spada senza risparmio, si diedero alla fuga.” La Rivolta di Nika venne così sedata nel sangue con la più grande strage di tifosi della storia.
Come abbiamo visto, il problema della violenza – dentro e fuori gli stadi – per quanto a noi possa sembrare attuale, in realtà ci rimanda indietro di 1500 anni. Già allora il fenomeno del tifo esasperato rendeva increduli e nauseati gli intellettuali: per esempio, Plinio il Giovane si chiedeva come mai “tante migliaia di uomini, ridiventando a quel punto bambini, desiderino periodicamente contemplare dei cavalli in corsa e degli aurighi piantati su cocchi”; aggiungendo che “se il loro entusiasmo nascesse dalla velocità dei cavalli o dalla maestria degli aurighi, questa passione avrebbe ancora una qualche giustificazione”, ma invece “fanno il tifo per una maglia, spasimano per una maglia”. Il cristiano Tertulliano vede il diavolo dietro tali manifestazioni e anche lui si chiede “quale vantaggio ha intenzione di ricavare, che cosa sta a fare lì la gente che non è più neppure se stessa?…e allora che cosa vi è di più triste dello stadio?”
Infine, riportiamo un giudizio quantomai sorprendente circa il fenomeno del tifo, quello di Agostino. Egli arriva ad affermare come l’amore incondizionato nei confronti della propria squadra e di una maglia possa essere l’esempio di come ci si debba abbandonare all’amore verso l’unico vero Dio.
a cura di Ottavio Caltabiano

